Comunicazione, laboratorio, Lezioni, Realtà aumentata, Sceneggiatura multimediale

Come in quella canzone degli 883

Dopo le dovute presentazioni, con la seconda settimana il corso è finalmente è entrato nel vivo. In settimana è stato pubblicato nell’ambiente on-line una   interessantissima lezione sul copyright e in generale su tutte le questioni legali legate al mondo della comunicazione, dai diritti d’autore a quelli di immagine.

L’esperienza ha reso evidenti pregi e difetti della formazione a distanza: se da una parte la fruizione tramite video permette di seguire le lezioni con maggior semplicità, essendo queste accessibili da ogni device e in ogni momento della giornata, con la possibilità di fermare la riproduzione e riprenderla a piacimento e compatibilmente con i propri impegni, dall’altra il fatto di non condividere lo stesso spazio rende ovviamente impossibile alzare la mano per chiedere maggiori informazioni e chiarimenti.

Certo, chi mi conosce sa bene che di rado alzo la mano a lezione, ma l’argomento è cosi centrale (nel bene e nel male) da avermi scatenato mille domande, che ho opportunamente riportato nella community Google Plus del corso.

Passando alle lezioni in presenza la lezione di questo sabato mattina, tenuta dal professor Pandolfoni del Center for Generative Communication, era dedicata alla realtà aumentata e al legame tra comunicazione e architettura. Dalle premesse mi sarei aspettato una infarinatura sul mondo della augmented reality e su come potremo utilizzare strumenti come i Google Glass o i Microsoft Hololens per “scrivere” il mondo che ci circonda. Al contrario la lezione, di impronta principalmente storica, si è concentrata sui modi nei quali sono gli ambienti a scrivere su di noi, influenzando i nostri comportamenti: ogni ambiente è infatti disegnato in modo non casuale e per ottenere effetti specifici. Il consiglio non banale è stato quindi quello di restare sempre all’erta per cercare di capire come gli ambienti, e conseguentemente chi li controlla, cercano di modificare le nostre azioni.

Al pomeriggio è giunto il momento del primo laboratorio, quello di sceneggiatura multimediale tenuto dal professor Simonetta. Ma cos’è esattamente uno sceneggiatore multimediale? Il professore ci ha spiegato che si tratta di una figura di coordinamento centrale nello sviluppo di qualsiasi lavoro multimediale: una sorta di mediatore tra l’autore dei contenuti e lo sviluppatore, che decide come organizzare il materiale cercando di trovare la soluzione ottimale.

Sembra qualcosa di molto affine alle mie corde. Qualcosa che mi piacerebbe incredibilmente fare. D’altronde se c’è una cosa di cui sono certo è che il mio futuro è nel mondo della comunicazione e, grazie agli anni passati a lavoro, ho una certa esperienza nell’organizzazione e nella mediazione. La mia vita è sempre stata un continuo andare alla ricerca di un qualcosa a cui ho sempre sentito di appartenere, pur senza conoscerlo effettivamente. Max Pezzali anni fa cantava “Nord, Sud, Ovest, Est… e forse quel che cerco neanche c’è…” ed è un po’ così che mi sono sempre sentito. Quando ho deciso di iscrivermi finalmente a Scienze per la comunicazione, dopo anni di lavoro e risparmi per raggiungere quell’obiettivo, tutti quelli che avevo vicini continuavano a farmi pressione affinché desistessi. Te ne pentirai, mi dicevano. Non troverai lavoro, insistevano.

Il problema a mio avviso è che il mondo esterno spesso ignora la nevessità di certe figure professionali: quando qualche mese fa un caro amico che si occupa di sviluppo web mi ha chiesto cosa potessi dare come valore aggiunto alla sua attività, gli ho spiegato che avrei potuto occuparmi della creazione dei contenuti, del modo giusto di comunicarli ed organizzarli. Qualcosa di incredibilmente vicino alla figura dello sceneggiatore multimediale. Il mio amico però non ha capito l’importanza di quella figura e mi ha risposto che di quello può occuparsene tranquillamente lui, scrivendo il testo nei momenti morti durante lo sviluppo.

Mi sembra insomma che almeno una parte di mondo non comprenda ancora la necessità di una professionalità legata alla comunicazione e che sia questa ignoranza a determinare tutto lo scetticismo che circonda questo tipo di studi. Eppure non mi pento di nulla, perché dopo tanti anni posso finalmente rispondere a Max Pezzali che quello che cerco esiste eccome. Ed è proprio qua!

P.S. ops! Ora che ci penso chissà se potevo citare la canzone degli 883… Max, abbi pietà!!!

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