Comunicazione, DRM, Editoria, laboratorio, Lezioni, social media

Strategie social, editoria e DRM

E così, quasi senza che me ne sia accorto, siamo già a un mese di lezioni e mentre i progetti di corso iniziano a definirsi, anche i legami con gli altri corsisti si stanno facendo più stretti.
È bello passare del tempo con persone che condividono la tua stessa passione per la comunicazione, che capiscono i tuoi interessi e coi quali puoi confrontarti in maniera costruttiva.

Il mio obiettivo in questi mesi è quello di far crescere le mie competenze dal punto di vista comunicativo, con particolare riferimento alla capacità di costruire e raccontare identità digitali: in questo senso sono molto utili i laboratori che stiamo svolgendo e che ci permettono di guardare dal dentro come si organizza una campagna comunicativa. Il lavoro di gruppo iniziato insieme a Chiara e Francesca sarà la giusta occasione per iniziare a mettere in pratica quanto stiamo apprendendo.

Nel laboratorio di questa settimana, dedicato al dietro le quinte di una Social Media Strategy, abbiamo osservato l’organizzazione che i componenti del Centro si sono dati per gestire la comunicazione dell’evento “Firenze Smartplace”, allestito in occasione dei cinquant’anni dall’alluvione di Firenze. Ho trovato interessante il modo in cui si è deciso di trattare l’evento sui vari social, creando un sito web da utilizzare come hub dei contenuti e declinando questi ultimi in modo diverso nei tre social scelti (Facebook, Instagram e Google Maps): ogni piattaforma è infatti un mondo a sé stante e presuppone un diverso trattamento delle informazioni. La decisione presa è stata quella di giocare con le possibilità date dai diversi social, talvolta sfruttandone le caratteristiche previste, talvolta hackerandole.
Se Instagram ha visto sovvertite le sue regole, attraverso la creazione di mappe interattive create attraverso i quadrati di anteprima delle foto, sulla falsariga di quanto visto nelle lezioni precedenti analizzando le sperimentazioni fatte da Ikea Russia e dal Toronto Film Festival, Facebook ha invece richiesto una duplice tattica: a un profilo di natura istituzionale, infatti, sono stati affiancati tre profili-maschera con i quali i componenti del team si sono divertiti a raccontare gli stessi eventi da tre diversi punti di vista. Come personaggi narranti sono stati scelti i tre David di Firenze (quello dell’Accademia, quello di Piazza Signoria e quello di Piazzale Michelangelo), caratterizzati ciascuno da una diversa prospettiva e da interessi peculiari. Le tre maschere raccontavano gli eventi sui propri account e interagivano sulla pagina principale dell’evento, commentandosi l’un l’altro e rispondendo anche agli utenti comuni.
Lo stesso gioco veniva poi trasposto su Google Maps dove ogni David proponeva un diverso itinerario attraverso Firenze, nel quale ogni tappa era accompagnata da un racconto e dagli opportuni rimandi alle altre piattaforme.
Ho trovato questo utilizzo dei social molto interessante perché, pur dipanandosi su siti diversi, riesce a portare avanti uno storytelling unico e integrato, che sfrutta a proprio vantaggio le differenze tra le varie piattaforme. Degno di nota, inoltre, è anche il modo in cui si è deciso di utilizzare un sistema di identità diverse, quelle delle tre maschere, per cercare una interazione sorprendente con l’utente, puntando sul divertimento per attrarlo verso l’iniziativa.

La lezione della mattinata, tenuta da Virginio Sala, si è invece concentrata su una infarinatura generale delle figure principali del mondo editoriale, dei flussi lo caratterizzano e dei cambiamenti avvenuti e ancora in corso in seguito alla rivoluzione digitale.
Ho sempre trovato l’argomento molto interessante e l’incontro con Sala è stata l’occasione per approfondirne alcuni aspetti. Purtroppo, data la vastità dell’argomento, non è stato possibile trattare a fondo alcune caratteristiche peculiari del mondo dell’editoria digitale, come il complesso dibattito attorno alla difesa dei diritti digitali che ha portato poi alla nascita dei vari sistemi di DRM. Si tratta di un problema che mi interessa molto, sia da fruitore che da creatore di contenuti, e che ho approfondito in parte autonomamente, ma del quale mi sarebbe piaciuto avere un punto di vista dall’interno. In particolare ho sempre trovato ingiusta e sbagliata la politica del DRM classico, in quanto limita in modo inaccettabile la libertà dell’acquirente di fare ciò che vuole, nei limiti della legalità ovviamente, di un bene per il quale ha pagato e che dovrebbe poter considerare di propria proprietà. È proprio la proprietà di quell’opera ad essere messa in discussione quando compro un e-book su Amazon: quello che acquisto non è infatti il possesso di quel libro, ma solo la sua licenza d’uso, che può essermi revocata in ogni momento.
Non si tratta di questioni di lana caprina: io, utente Amazon in possesso ormai da anni di un lettore Kindle, non sarei autorizzato a spostare la mia collezione di libri regolarmente acquistati nel momento in cui decidessi di acquistare un nuovo lettore diverso da quelli prodotti da Amazon: il Kindle non utilizza infatti lo standard ePub, ma un formato di file proprietario che non sono in alcun modo autorizzato a convertire. Quello che accade quindi è che io, utente comune che ha sempre acquistato tutto regolarmente, vengo spinto dal sistema stesso a cercare un modo per aggirare l’ostacolo. E il fatto è che bastano due minuti di ricerca su internet per capire come togliere quel blocco e fare di quel file ciò che si vuole.
Insomma: un blocco che non serve a niente, se non a far perdere tempo a persone che, pur avendo acquistato quei libri regolarmente, si vedono trattare come ladri malintenzionati.
Per questo motivo ho sempre preferito la soluzione di quello che viene definito Social DRM: si tratta di una semplice pagina, posta a inizio o fine del libro, che riporta i dati della transazione e il nome dell’acquirente. Il senso di questa formula è quello di responsabilizzare l’utente finale, invece di accusarlo a priori, lasciandolo al contempo libero di fare ciò che vuole con il proprio acquisto.
Certo, qualcuno un minimo smalizziato con gli strumenti informatici potrebbe ribattere che poco ci vuole a cancellare quella pagina dal file ma, dato che il file non è protetto in alcun modo e ogni utilizzo legale è consentito, l’unico motivo per procedere in tal senso sarebbe quello di avere fin dal principio propositi fraudolenti.

La verità è che nel mondo digitale non esiste un vero modo per bloccare la libera proliferazione dei contenuti. Di fronte a questa certezza ci sono solo due modi per agire:

  • dare fiducia a chi acquista, facendo il possibile per dare la miglior esperienza utente e utilizzando sistemi come quello del Social DRM per tutelarsi;
  • dare per scontato che ci saranno utenti che accederanno all’opera gratuitamente. Da questo punto di vista da una parte occorre capire che non necessariamente la condivisione del file coincide con una perdita di introiti: da una parte probabilmente quel tipo di utente non avrebbe mai speso soldi per acquistare il prodotto, dall’altra la condivisione dell’opera porta a ulteriore pubblicità per la stessa a costo praticamente nullo.

Questa consapevolezza ha portato molte aziende a sfruttare le incontrollabili dinamiche di ricondivisione, rendendole parte integrante di un progetto più ampio che non si ferma alla produzione e alla vendita di un prodotto editoriale, ma che lo inseriscono all’interno di un racconto che si spande su vari media, dai romanzi, ai fumetti, a videogiochi e film.
In questo nuovo scenario, sempre più presente nel mondo dell’intrattenimento, alcune opere vengono rilasciate in modo gratuito sulla rete, puntando non a un ritorno in termini economici quanto come pubblicità e mezzo per attrarre gli utenti verso quell’universo narrativo (divenuto in tutti i sensi multi-mediale).

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